Un’unione

UnioneMise la caffettiera da una persona sul fuoco piccolo, poi versò circa tre dita di latte nel pentolino e lo mise sul fuoco accanto. Un piano cottura più attrezzato non sarebbe stata una cattiva idea se ci fosse stato lo spazio, magari con qualche fuoco piccolo in più; forse così non avrebbe rischiato regolarmente di bruciare il latte! C’era anche da dire che se avesse rinunciato alla cattiva abitudine di fare altre cose mentre cucinava e avesse dedicato un po’ più di attenzione ai fuochi sarebbero bastati anche quelli che c’erano già. Quella cucina poi assomigliava pericolosamente a quella di sua madre, chissà come mai aveva finito per arredarla proprio così!

Gli venne da ridere, era nervoso e si sentiva attraversato da quella vena malinconica che non lo aveva mai abbandonato da che ne aveva memoria e da quella sottile sensazione che tutto sarebbe potuto andare a rotoli da un momento all’altro. Era davvero una certezza nella vita quella sensazione! Quasi quasi le voleva bene. Si sciolse in una mezza risata che rischiò quasi di mandargli di traverso l’acqua che stava bevendo. “Non morire proprio oggi” si disse.
La cosa strana di quel giorno era che contemporaneamente si sentiva profondamente toccato e riscaldato da un calore allo stomaco che in parte conosceva bene, legato a doppio filo com’era al pensiero di una persona ben precisa, e in parte gli si presentava sotto una veste del tutto nuova, e cioè quella di una voce interiore che gli sussurrava delle cose completamente inedite: la prima era che nonostante tutto sarebbe potuto andare male, sarebbe comunque andato tutto bene. E la seconda che sarebbe partito per un viaggio verso altri mondi, lontani e bellissimi, ma che non sarebbe stato solo. Forse era così sereno e ottimista perché lo aveva sognato tutto, dall’inizio alla fine, come delle prove generali astrali, come una premonizione lunga e dettagliata da medium, e adesso non gli restava che viverlo come già sapeva e anzi avrebbe potuto guidare tutti con una sicurezza estrema. Sarebbe stato il vero leader serafico e immobile al centro di un caos emotivo in cui avrebbero tutti dato di matto, inclusa lei forse, e l’idea lo divertiva già da impazzire!

Chissà come doveva essere affascinante quel giorno, pensò, e sorrise davanti alla televisione che non stava minimamente guardando. Chissà che stava facendo in quel momento. Ne sentiva un po’ la mancanza.

Era la stessa mattina del giorno prima e anche del giorno prima ancora, con gli stessi rituali, con la stessa meravigliosa sciattezza da single: il pigiama improvvisato, prepararsi la colazione un po’ a caso mentre si era ancora mezzi nel mondo dei sogni, ciabattando in giro con la barba lunga e gli occhi lacrimanti. O perlomeno con la sensazione di essere in quello stato preciso identico, anche teneramente pietoso se non fosse stato che non era più un bambino da un bel po’ di anni. Rise ancora. Era rimasto quello che era e così si piaceva, e piaceva anche a lei. Soprattutto, erano tutti e due certi che sarebbero rimasti esattamente così anche in futuro: ciascuno uno e sé stesso, single da latte in ciabatte nel profondo, ma insieme un’entità nuova e singolare, maggiore della somma delle parti. Un ibrido divertente e anche un po’ strano, decisamente fuori dalle righe e a dirla tutta anche un po’ dalla salute mentale, perlomeno del tipo di quella che una formula fissa e immutabile avrebbe potuto inquadrare.
– You don’t get away, you don’t get away… – canticchiava nelle cuffie. “Sirena mia, come farei senza di te, anche oggi mi fai compagnia!”.  Decise che quella mattina, in virtù di quel benessere benevolente mischiato ad allegro terrore, avrebbe solamente tenuto d’occhio il latte invece di stendere, mettere in ordine, fare ginnastica, scrivere, aggiornare il cellulare, annotare cose da fare, pensare a mirabolanti invenzioni, studiare e chissà cos’altro.

– Proprio bianco, bianco immacolato. Bella olandesina! – biascicò in tono trionfale verso la TV con un ampio sorriso idiota stampato in faccia e la bocca piena di biscotti mezzi masticati, mentre scorrevano le notizie allo stesso ritmo della sua musica. Bionda com’era doveva stare proprio bene. Chissà se qualche suo avo veniva da quelle parti veramente. Gli arrivò in quel frangente un SMS da sua sorella: “Allora come va? Sei teso? Guarda che lei è già qui…” Mollò in giro il cappucinatore e si mise a rispondere con una mano sola finché nell’altra reggeva il pentolino. Non ne era stato mai capace e infatti ci mise un’eternità. “Ah sì? Allora mi sa che mi toccherà venire!”. Un’illuminazione improvvisa gli squarciò la mente proprio finché premeva il tasto “invia”: ecco a chi somigliava un po’ lei, Kirsten Dunst! Chissà come mai non gli era mai venuto in mente prima di allora! “Mi sposo con Kirsten Dust, che figo!” si disse dondolando la testa compiaciuto.

Erano già le dieci e mezza e non si rendeva conto di come aveva potuto dimenticarsene. Il giorno prima era andato a lavoro e non aveva detto niente a nessuno: amici e colleghi si sarebbero trovati lì per caso (o perché l’anima pia di qualche loro familiare li aveva avvertiti) oppure lo avrebbero saputo il giorno dopo; sicuramente guardandogli il dito, perché se ne sarebbe scordato nuovamente. Il fatto era che anche se cambiava tutto, in realtà non cambiava niente. Era una cosa come prendersi una vacanza: c’era voglia di farlo e si faceva con tutta la gioia del mondo, ma poi non è che per questo loro sarebbero cambiati di una virgola e tantomeno le loro amate abitudini. Funziona così quando si sta con in pace con qualcun altro, appena un po’ più stimato e più bello – ma forse solo perché se ne è molto innamorati – allo stesso modo che con sé stessi. Certo che poteva veramente capitare a chiunque, pensò. Poco tempo prima ci avrebbe scommesso la testa che a lui non sarebbe mai capitato.

Al piano di sopra poco prima aveva visto con i suoi occhi il sabotaggio fallito da parte del legato degli esodati, che era stato silenziato velocemente da lui e da altri come lui dopo averlo seguito. Erano stati parte di una missione comune, pur senza saperlo, mentre il sole sorgeva sul deserto; in qualche modo avevano dato corpo ad un’unica voce interiore, chi poteva mai sapere come e perché.
Ora la via era libera per tutti e anche per loro, che stavano per intraprendere il loro viaggio. C’era anche suo padre in ordine, benvestito e amorevole, che gliel’aveva regalato. Non si ricordava quando si erano riappacificati, ma sapeva che era successo.

Non sapeva come mettersi mentre gli facevano la foto da solo in mezzo al giardino, come sempre quando doveva stare in posa, ma non gliene importava perché di lì a poco se ne sarebbero andati via insieme.
Aveva salito la scala facendole da guida, sapendo molto bene che anche lei provava la stessa dualità di sentimenti, e alla fine della gradinata si erano ritrovati nella stanza della loro casa comune, di notte, mentre fuori c’era un intenso chiarore di luna in cielo e le luci fievoli delle torce solari sembravano lucciole sedute in meditazione davanti allo specchio d’acqua. La finestra era aperta e la tenda bianca sventolava posseduta felicemente dalla piacevole brezza estiva, come una ragazza che balla la tarantella. La prese per mano e andarono a guardare le stelle, dove si sarebbero trovati a momenti. Sembrava uno spirito, così candida immersa in quella bianca luce notturna. Forse per quella volta avrebbe anche potuto dare un nome a quello che provava, e magari dirglielo, ma mentre quel lucido desiderio si presentava ai suoi pensieri, con la stessa lucidità gli si presentò anche la consapevolezza che non lo aveva mai fatto per rispetto. Di sé, di lei, di loro due, di ogni momento trascorso insieme che avevano vissuto splendidamente per quello che era, senza etichette. – Che dici, andiamo? – chiese, e lei – Andiamo – rispose prontamente avvicinandosi alla finestra e sporgendosi verso l’immensa massa scura fasciata dal chiaro di luna.

Respirò profondamente e afferrò il cellulare. Non erano ancora le tre di notte, eppure gli pareva di aver dormito per giorni: non si sentiva più neppure la stessa persona. Pensò a quanto sarebbe stato bello poter ricordare per sempre quelle sensazioni con la stessa freschezza di quel momento, ma sapeva che purtroppo era un paradosso. “You don’t get away, you don’t get away” sussurrò con un filo di voce rauca, poi spense lo schermo e richiuse gli occhi.

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