Entrambi i lati – Lato 1

Elefante

Passò la biblioteca, la via centrale, il distributore di carburante, il dare la precedenza per immettersi sulla statale, il semaforo dell’incrocio con la provinciale. Lì era aperto un cantiere per riasfaltare un tratto parecchio malconcio davanti alla colonna di rilevazione della velocità, un tratto che si rivelava persino pericoloso quando si rallentava bruscamente. Un ragazzo nero con indosso il giubbino rifrangente regolava i sensi di marcia; l’aria indolente, tratteneva a malapena la paletta nella sinistra mentre con l’altra stringeva la radio e ripeteva meccanicamente un cenno quasi impercettibile alla fila dal lato verde, invitandola ad avanzare.

Dopo una breve attesa passò il tratto a senso di marcia alternato e proseguì. Sulla destra c’era quella vecchia casa solitaria, la stessa che alcune settimane prima si era trasformata in una vetrina autocelebrativa. Il proprietario doveva essere un preparatore di qualche mezzo da gara e aveva riempito il terreno di cimeli e striscioni legati ad un successo recente: forse era entrato a far parte di una squadra ufficiale, lo aveva letto ma in quel momento non ricordava di preciso il motivo. Si ricordava però di averle raccontato l’episodio il giorno stesso perché era una cosa insolita e perché l’autore di quell’expo improvvisato in quel momento ne era anche l’unico frequentatore (dispersa com’era la casa in quel luogo poco accessibile) e continuava a girare per la proprietà con fare curioso; forse stava controllando che fosse tutto in ordine per l’arrivo del primo visitatore, o forse era così felice da farsi visita da solo.
Gli aveva messo allegria osservarlo mentre era dedito a quella strana forma di auto-promozione in mezzo al nulla, non tanto perché la considerasse ridicola (anzi gli sembrava una trovata tutto sommato simpatica) ma perché lo aveva fatto riflettere sul fatto che qualunque passione e qualunque talento potessero realmente generarsi, crescere e sbocciare anche in posti che non c’entravano assolutamente niente, quando non erano addirittura ostili. Forse c’era qualche intima predisposizione del mondo a far prevalere nelle persone la loro vera natura e le loro autentiche capacità, il che a ben vedere costituiva una qualità davvero miracolosa sapendola ascoltare. In quell’occasione si era anche domandato se avesse già scovato la propria vocazione ma non aveva saputo darsi una risposta definitiva.

Dato che ci passava davanti ogni giorno, quel paesaggio aveva iniziato a scorrere sotto i suoi occhi senza essere visto. Era rassicurante, familiare, appariva sempre uguale e rappresentava perciò una certezza che aveva iniziato a dare per scontata.
Eppure tutto si rivelava sempre così diverso da come gli appariva. “Forse è meglio osservare di più ed essere meno supponenti” si era detto. Uno schiaffo alle convinzioni in fondo si poteva anche considerare un aiuto prezioso. “Si fa qualunque cosa in nome di un’idea”; dal lato opposto della strada una anziana signora in bicicletta arrancava malferma con una pesante borsa della spesa attaccata al manubrio. “Eppure niente di quello che pensiamo è reale”.

Non era reale neanche l’idea che il paesaggio lungo il tragitto casa-lavoro fosse sempre lo stesso. Era una giornata nuvolosa e le temperature erano basse, molto al di sotto della media del periodo. Iniziava a cadere una leggera pioggia; le piante e le erbacce erano cresciute rigogliose ovunque a causa dei molti giorni di maltempo già trascorsi e i fili d’erba sul ciglio della strada e all’interno dei fossati erano molto lunghi, perciò indicavano immediatamente la direzione anche del più leggero soffio d’aria. “Anche le erbacce sono fiori, una volta che le conosci”: gli venne in mente il profumo mentolato e un po’ acre dell’erba appena tagliata. Gli uomini morivano se venivano falciati a quella maniera e il loro sangue era rosso e odorava di ferro. Invece l’erba tagliata profumava e ricresceva più forte e rigogliosa, come i capelli di una persona, tanto che la manutenzione del giardino non si poteva considerare un atto violento. Forse la vegetazione era proprio la chioma odorosa della terra.

Ma quella chioma non era la stessa del giorno prima, e neanche di un secondo prima. Era cresciuta e alcune piante erano morte, mentre altre stavano nascendo. L’aria che le muoveva non era mai la stessa, e la materia che le componeva scorreva nelle cellule che continuavano a rinnovarsi. Il vento, le ruote della bicicletta, le intemperie le piegavano, le spezzavano, le trasformavano continuamente.
Allo stesso modo, il fondo stradale su cui guidava cambiava di continuo; veniva eroso lentamente dallo scorrimento dei veicoli assieme ai pneumatici che ci vivevano a contatto ininterrottamente. Erano realmente due cose distinte in quell’esistenza di attrito e rotolamento? Anche i veicoli si assestavano e poi si usuravano fino a rendersi inutilizzabili.
Il suo stesso corpo e la sua stessa mente erano continuamente modificati ed erosi dal flusso della materia, dei pensieri, delle sensazioni e delle emozioni e la stessa cosa valeva per ogni cosa animata o inanimata al mondo. “Niente è mai quello che pensiamo: tutto è sempre quello che abbiamo davanti, di momento in momento”; premette l’interruttore elettrico ed abbassò un po’ il finestrino. Il vento entrò e alcune gocce di pioggia gli finirono sul viso e negli occhi. “E’ tutto sempre nuovo”.

Chissà cosa l’aspettava quel giorno. In generale, si era chiesto spesso cosa ne sarebbe stato di lui; da piccolo aveva fantasticato e immaginato un’infinità di futuri possibili, tutti meravigliosi, e li aveva aspettati con pazienza e trepidazione allo stesso tempo. Più di recente invece era stato trainato da qualche sogno materiale o da desideri che forse non erano neppure suoi. Poi aveva visto davanti a sé la stessa esistenza grigia e anonima di tante altre persone e aveva finito per preoccuparsene.

Preoccuparsi: altri sicuramente lo stavano facendo per lui in quel preciso istante e forse era proprio dagli altri che aveva imparato a farlo. Viveva un periodo di perdite in cui a volte si sentiva ancora più diverso e solo, mentre altre si sentiva semplicemente più libero; molti dei valori che tutti sembravano conoscere e dare per scontati non rivestivano più un significato assoluto per lui e non sentiva più alcun impulso a fingere il contrario. Forse era proprio quella la ragione per cui avrebbe dovuto preoccuparsi ancora più intensamente del suo futuro. E magari altri lo stavano facendo per lui, proprio in quel momento.
Ma chi avrebbe mai potuto sapere che cosa gli sarebbe capitato? Non aveva legami e perciò, a maggior ragione, tutto era possibile. Avrebbe potuto vivere fino a diventare Matusalemme, solo un altro istante oppure alcuni altri anni. Avrebbe potuto essere sempre solo, sempre con qualcuno o a momenti alterni. Avrebbe potuto fare per sempre quello che faceva oppure qualcosa di completamente diverso. Sarebbe potuto rimanere lì dov’era tutta la vita, oppure andarsene dall’altra parte del mondo e rimanerci, o ancora viaggiare senza fermarsi mai. Quando fosse giunta la sua ora se ne sarebbe potuto andare dal mondo in qualunque modo immaginabile, dal più comune al più nobile al più assurdo o persino in maniera raccapricciante.

In realtà aveva semplicemente smesso di preoccuparsi proprio della cosa per cui tutti non facevano altro che struggersi: il proprio stramaledetto futuro. Dato che nessuno poteva saperne niente, tanto valeva non pensarci e vivere l’unica cosa che si poteva, cioè il presente.

Di fronte a quel cambiamento eterno, silenzioso e ignoto non aveva più voglia di pensare a nulla. Voleva solo godere di quell’abbondanza sconfinata di sensazioni ed esperienze infinitamente vaste e profonde, sempre nuove e sempre irripetibili, che ogni istante riservava a chi decideva di attingervi.
Volse gli occhi all’ampia distesa incolta che stava scorrendo fuori dal finestrino alla sua sinistra. A pensarci bene era davvero un privilegio poter ammirare un orizzonte così sgombro in quell’epoca di urbanizzazione inarrestabile.

Passò un’eternità senza che il paesaggio cambiasse. Ebbe la sensazione che se non avesse riportato lo sguardo davanti a sé il tempo non avrebbe ripreso a scorrere e non sarebbe mai arrivato, ma non appena lo fece si sentì scuotere nelle viscere da una vibrazione bassa, sorda e intensa, come se un enorme maglio avesse percosso improvvisamente il suolo.
Mentre si voltava alla ricerca dell’epicentro il maglio calò di nuovo e poi ancora e ancora, con un ritmo simile a quello di una galoppata mastodontica, lenta e inesorabile, scandita nella sua immaginazione dal silenzio di una creatura immensa sospesa a mezz’aria tra una percossa e quella successiva.
Alla sua sinistra, nel campo aperto che aveva ammirato poco prima, un pachiderma stava galoppando nella sua stessa direzione e alla sua stessa velocità. Era lì, davanti ai suoi occhi: atterrava con le zampe anteriori sfasate e quel loro urto produceva una risonanza che si spargeva rapidissima in ogni direzione, come se la terra fosse il timpano ben teso di uno sconfinato tamburo suonato da un esperto percussionista. Poi rimaneva a mezz’aria per un tempo che pareva infinito, come se la gravità fosse sospesa; infine, quando lo decideva, ripiombava al suolo con le altre due zampe e produceva una nuova scossa. “Sta suonando la terra e lo fa di proposito” pensò. Era sicuro di far parte di un gioco o di un rituale di qualche tipo che quella creatura stava conducendo.

Forse stava sognando. Avrebbe anche potuto essere ma purtroppo ci aveva pensato, perciò quasi di sicuro era sveglio. Neanche lo stupore stravolto che si era impossessato di lui era dello stesso genere degli incubi, perché lì non ci si ferma a domandarsi in che genere di realtà ci si trovi: si accetta una situazione surreale e spaventosa senza farsi troppe domande, e poi si agisce in base alla paura. Lui invece se fosse impazzito se l’era chiesto con lucidità, e anche cosa realmente stesse vedendo. E nonostante tutto non aveva alcuna paura.
“Ma che cosa sei?” sussurrò lentamente tra sé e sé rivolgendosi a quell’immensa, eterea e leggiadra massa di carne. Aveva la grinzosa pelle grigia dipinta di bianco secondo linee che sembravano ricalcare la posizione delle sue ossa all’interno degli arti, o forse assomigliavano più a linee di forza di qualche tipo; dei cerchi le interrompevano in corrispondenza delle articolazioni e il ventre era decorato con ampie aree di color rosso terra più o meno scuro. I suoi occhi erano luminosi come quelli dei gatti e fissavano costantemente un punto lontano davanti a loro, all’orizzonte.

Sollevò la proboscide ad indicare la direzione ma senza emettere alcun verso e il suo corpo evaporò come se fosse nebbia; non i disegni che erano impressi sulla sua pelle però, che erano diventati più luminosi e vividi, come una pittura rupestre sospesa a mezz’aria, e continuavano ad avanzare senza toccare il suolo ma producendo ancora delle scosse ritmiche, mutando forma e diventando presto impossibili da ricondurre all’animale che ritraevano in origine.
Si rese conto che non c’era più nulla, neanche il tempo; rimanevano solo quelle luminose linee di forza che oramai avanzavano oscillando tutto intorno a perdita d’occhio, come un’aurora monocroma ad altezza di sguardo.

Il suo mondo si arrestò per un istante interminabile e poi si appiattì di schianto annullandosi contro l’orizzonte.

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