Entrambi i lati – Lato 2

ChaQuando si è in viaggio capita di svegliarsi nel cuore della notte convinti di essere nel proprio letto; pian piano poi ci si accorge che c’è qualcosa di diverso. Le dimensioni della stanza sono cambiate, i comodini sono da un’altra parte, la porta è su una parete diversa. A quel punto passano solitamente solo pochi secondi prima che si inizino a ricordare gli eventi che hanno portato ad essere lì. Forse, prima di quel momento, l’idea che abbiamo di noi stessi, il carattere col suo bagaglio di prospettive, pensieri ed emozioni non è ancora tornato ad abitare la mente. Prima di ricordarsi del tempo e della storia che sta dietro al cambio di letto, per qualche secondo ancora il mondo viene percepito con la piena attenzione dei sensi, gli occhi non sono velati da preconcetti e la mente è fresca.

Se la luce è molto fioca o regna l’oscurità non è possibile affidarsi alla vista ma sono gli altri sensi a suggerire che ci si trova in qualche altro posto: l’odore dell’ambiente, la consistenza del giaciglio, i rumori circostanti, il proprio movimento o il proprio respiro.
A volte capita che passi troppo tempo prima di ricordarsi cosa è accaduto e in quei casi è facile lasciarsi prendere dal panico.
Una volta gli era capitato di svegliarsi sotto i ferri in preda ad una pesante anestesia: poteva vedere e sentire ma non percepiva nessun odore, nessun gusto e non aveva nessun tipo di sensazione tattile. Neppure il dolore. Non avvertiva neanche la sensazione di respirare e perciò era stato preso dal terrore di soffocare; se non altro aveva visto i medici e la sala e quindi si era potuto almeno ricordare del motivo per cui si trovava lì. Qualcuno poi lo aveva incitato ad inspirare dalla mascherina e l’unica altra cosa che si ricordava di quell’esperienza, prima di ripiombare in un profondo sonno, era quel puro atto di volontà non accompagnato da alcuna sensazione. – Bravo, avanti così – gli avevano detto, quindi voleva dire che aveva iniziato a respirare, anche se il come non lo aveva mai capito. Così si era reso conto che senza le sensazioni anche gli atti più spontanei vengono privati di ogni realtà.

Non c’erano più né il ricordo, né i sensi, neppure la vista e l’udito, e nemmeno la paura. Non c’erano un “ora”, un “qui” o un “io”: non c’era nulla.
Eppure da quel vuoto qualcosa di impalpabile aveva iniziato a radunarsi, come i venti si concentrano e si avvolgono per dare inizio ad un vortice. Aveva cominciato a riscaldarsi e infine a percepire un peso; la pressione aumentava e diminuiva, oscillando e rinvenendo altre sensazioni: l’aria fresca e pungente che entrava riempiendo uno spazio e poi usciva svuotandolo, un suono deciso e stabile di vento in lontananza, il crepitio di un fuoco.

Poi una luce improvvisa squarciò la sua mente, abbattendosi su una sola porzione della sua pelle e cancellando nell’impatto ogni precedente sensazione sommessa e indistinta; una delle sue corde fu suonata senza le altre e diede inizio alla ricca melodia del tatto.
Si muoveva apprezzando il calore e la consistenza di una superficie morbida ed elastica che culminava in una sommità più ferma e consistente da cui era riempito e deliziato. Ma gran parte del calore non era prodotto da quel contatto: un’energia tranquilla e distesa si originava al suo interno e si irradiava fino alla pelle. Era un fuoco familiare: forse era sempre esistito ed era stato risvegliato da quel momento, proprio come un profumo può risvegliare una memoria anche molto lontana.
Era il ricordo dell’intimità con un corpo di donna; quel singolo ricordo compatto ne sviluppò rapidamente molti altri che delineavano, nella ricchezza del loro ritratto, una persona precisa: ne aveva un’immagine molto intensa e vivida nella mente, anche se non avrebbe saputo dire chi era.
Si rese conto che stava accarezzando e succhiando il suo seno; la consapevolezza spinse rapidamente il calore oltre la soglia del pensiero che lo trasformò in una felicità fisica, senza macchia e priva di ombre.

Rinvenne improvvisamente: era privo di forze e senza aria nei polmoni. Si trovava ancora in grembo a lei; ne fu turbato ma non poteva parlare e riuscì solo a posarle una mano sulla spalla. Lei capì e lo accompagnò al suolo.
Un grosso macigno costringeva la sue costole a terra: sentiva che doveva respirare oppure sarebbe morto soffocato di lì a poco. Cercò di gonfiare il torace ma nel farlo emise un rantolo asfittico e sofferente: gli sembrò che il suo busto scricchiolasse e fosse sul punto di cedere. Eppure riuscì ad inspirare completamente e a quel punto, nonostante lo sforzo per procurarsi l’aria, doveva necessariamente liberarsene oppure la fine sarebbe stata la stessa. Allo stesso tempo sentiva che quel peso lo avrebbe sfondato se avesse lasciato uscire il fiato senza regolarlo; gli dolevano terribilmente le costole ma cercò di espirare lentamente, resistendo alla pressione, e poi ripeté il ciclo qualche altra volta, ognuna con sempre meno difficoltà.
Aveva la vista annebbiata. A fatica e con le braccia malferme si sollevò e si mise a sedere, prese fiato e poi le rivolse lo sguardo mentre si rivestiva. L’aveva già vista e la conosceva bene, ne era certo: erano troppe, troppo ricche e troppo vive le sensazione collegate a lei. Purtroppo però non ricordava né dove, né come e né quando.
– Ciao – disse con un filo di voce; la sua testa era completamente vuota.
– Ciao – rispose lei. –
Quel suono fece crollare una diga che lo travolse con un’infinità di dubbi e interrogativi, come un acuto che sfonda una vetrata: cos’era quel luogo e come ci erano giunti, chi era lei e perché era così certo di conoscerla? Fece un ulteriore respiro profondo e cercò di mettere un po’ di ordine.
– Come stai? – le chiese.
– Bene, sono arrivata da poco e ho sofferto solo un po’ – Avvicinò il pollice e l’indice della mano sinistra. – E tu? –
Non avrebbe saputo dirlo. Pensava solo al momento appena trascorso e si rese conto che anche una parte di sé, come lei in apparenza, lo ricordava come qualcosa che apparteneva già al passato. Era stata un’esperienza spontanea e naturale, come se si conoscessero da molto tempo e non fosse neppure la prima volta. Contemporaneamente un’altra metà della sua mente continuava a tormentarlo con domande insistenti, ripetendogli che c’era qualcosa di strano, qualcosa che non andava bene.
– Sto meglio, grazie… – Sfoggiò un sorriso un po’ forzato mostrando il palmo della mano. – Mi hai tirato fuori da uno strano limbo – Voleva essere cortese ma provava anche gratitudine ed un senso di vicinanza che non riusciva a spiegarsi. Non poteva smettere di fissarla diritto negli occhi e di sentirsi travolto dallo stupore ma cercò di non pensarci più. – Hai idea di dove siamo? –
– No – volse lo sguardo davanti a loro – Ma possiamo provare a chiedere… –

Quel cielo era terso, scuro e pieno di stelle, come forse non ne aveva mai visti prima. L’aria era densa e frizzante e faticava ancora un po’ a respirarla, come se si trovassero in alta montagna. Eppure intorno non sembrava esserci niente, solo un deserto roccioso molto pianeggiante e in lontananza una fitta vegetazione che non riusciva a distinguere meglio e che si chiudeva a cerchio intorno al punto in cui si trovavano.
Erano seduti su una piattaforma fatta di un legno scuro che era percorso da moltissime venature più chiare intrecciate tra loro; non avrebbe saputo dire che legno fosse e non gli pareva di averne mai visto uno simile. Stranamente però non c’erano muri né un tetto; a parte il pavimento poggiato al suolo in apparenza non c’era niente che li separava dall’esterno. Si udiva invece un rumore molto forte e costante che sembrava l’ululato del vento, del quale però non c’era traccia: l’aria intorno a loro era completamente ferma.
A pochi passi c’era una bassa panca dal contorno irregolare, anch’essa di legno, che si sarebbe potuta definire un tavolo, con al centro una parte rotonda ben distinta dal resto del corpo e da cui proveniva il crepitio di un fuoco, senza però che la fiamma fosse visibile.
Nella penombra riuscì a distinguere in quel momento, a qualche passo da a loro, una figura scura, molto alta e magra che sedeva a gambe incrociate. Indossava una veste adagiata sulle spalle e richiusa davanti che assomigliava ad una coperta ma che lasciava esposto completamente il suo braccio sinistro. Quest’ultimo era dipinto con delle spesse linee bianche che lo percorrevano nel mezzo ed evidenziavano l’articolazione della spalla, del gomito e del polso con un cerchio.
Fu attraversato da un lampo: – Come l’elefante – disse a voce alta senza farci caso; gli era tornato alla memoria l’episodio surreale a cui aveva assistito prima di risvegliarsi in quel luogo.
– Per me era un canguro –
– Come, scusa? –
– Quello che mi ha portato qui era un canguro, non un elefante – Rimase interdetto per un momento.
– Tutto considerato, forse è meglio che non siamo troppo spavaldi nel credere di aver visto o capito qualcosa – Gli venne da ridere e non poté trattenersi, così anche lei ne fu contagiata e dopo poco si ritrovarono a farlo l’uno contro l’altro, istericamente, senza potersi più fermare.
Avevano le lacrime agli occhi e il mal di pancia quando il suono profondo e calmo di una terza voce li ammutolì.
Quello strano uomo teneva su di loro uno sguardo tranquillo e aperto; esprimeva una benevolenza limpida e una serenità sommessa e attenta. Non capirono una parola di quello che disse ma entrambi gli fecero un cenno con il capo, che lui ricambiò.
Teneva con grande cura tra le mani una semplice ciotola di legno. La posò lentamente sul tavolo e poi, senza distogliere lo sguardo, ritirò le mani adagiandole di nuovo sulle ginocchia.
– Perdonaci, non capiamo la tua lingua. Riesci a capire la nostra? – azzardò. Lo stupore nel cogliere un cenno di assenso spazzò via anche gli ultimi resti della paura che aveva provato quando quella voce si era accesa. – Potresti spiegarci dove siamo? –
Portò di nuovo una mano alla ciotola, afferrandone il lato con il palmo della mano e il bordo con il pollice, e la ruotò con calma finché una porzione del motivo formato dalle venature del legno non fu rivolta verso di loro. Poi pronunciò quella che sembrava una sola parola.
– Centro – disse lei.
– Cosa? –
– Credo che abbia detto “centro” –
– Parli la sua lingua? –
– No, non l’ho mai neanche sentita una lingua come quella. So solo che ha detto “centro”, non so di preciso perché mi sia venuto in mente. –
– Centro di cosa? –
– Hai sentito anche tu, ha detto una parola sola: “centro” – Ne era convinto anche lui ma non sapeva perché. Non riusciva a trovare nessun elemento di ragione in grado di sostenere quella convinzione.
I suoi occhi erano grandi e le sue iridi, di un colore giallo-marrone molto luminoso e che ricordava l’oro, sembravano splendere di luce propria. La sua pelle era scura e i lineamenti del suo viso allo stesso tempo delicati e insoliti; non avrebbero saputo dargli un’età. Qualcosa si muoveva sulla superficie del suo braccio scoperto: erano dei segni più scuri che mutavano sempre più lentamente forma e posizione, scorrendo attorno alle linee bianche senza mai valicarle. Parlò di nuovo e i loro occhi si cercarono immediatamente.
– Ho capito “perdono”  – Non ne era molto sicura.
– Ha detto anche “viaggio”, almeno credo – Quell’uomo ripeté di nuovo chinando il capo e rovesciando le mani in modo da mostrare loro le grandi palme, poi aggiunse qualcosa. – Chiede di perdonarlo per il nostro viaggio? – Lei fece cenno di sì ma sembrava scossa.
– Dice “passaggio debole”. Credo che parli di sé. – L’ospite fece un cenno affermativo col capo e aggiunse qualcos’altro.
– “Dono e opportunità” – annuì di nuovo; ritirò la mano dalla ciotola e rimase in silenzio ad osservarli. Il suo atteggiamento era benevolo e neutrale; l’unica cosa che esprimeva era il piacere di condividere quel momento senza necessità di fare altro.
“Che uomo singolare” pensò. Le sue parole tanto quanto il suo silenzio, i suoi movimenti tanto quanto la sua stasi, ogni cosa che faceva o non faceva riversava sul momento presente, oggetto della sua completa attenzione, lo stesso tipo di cure che si riserverebbero ad un figlio appena nato.
Posò una mano sul lato più prossimo della ciotola e anche quell’uomo fece lo stesso con l’altro lato. In quell’istante qualcosa lo attraversò, come una sorta di vento purificatore che lo svuotò di tutto ciò che gli impediva di essere libero: idee precostituite su di sé e sul suo interlocutore, sulla sua familiare compagna di viaggio di cui non sapeva neppure il nome e tutta una serie di altri dubbi vaganti, ipotesi arbitrarie e paure infondate. In questo modo poté essere completamente presente a sé stesso in quella strana circostanza.
Si sentì improvvisamente alleggerito di un peso immenso e perciò fu colto da una vertigine che lo destabilizzò. Lei avvicinò il braccio per sorreggerlo, scura in volto per la preoccupazione che gli fosse successo qualcosa, ma contro ogni aspettativa ricevette in cambio un sorriso e una carezza sulla nuca. – Credo che non ci diremo altro per oggi – e ritornò ad osservarlo.

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